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Determinazione dell’assegno di mantenimento in base alla disponibilità di abitazione

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Dopo il divorzio, la parte più facoltosa ha l’obbligo di versare un assegno per il mantenimento dell’ex coniuge. Questo assegno di mantenimento varia se l’ex coniuge occupa un appartamento senza autorizzazione, ovvero de facto?

La occupazione di fatto, quindi in assenza di qualsiasi titolo autorizzativo, di un immobile da parte dell’ex coniuge non determina la possibilità di ridurre in conseguenza l’ammontare dell’assegno pagabile all’ex coniuge stesso.

Una recente decisione della Corte di Cassazione (sez. VI, n. 223, 11.01.2016) ha escluso che in circostanze del genere il vantaggio goduto dalla ex moglie e consistente nella disponibilità di fatto, quindi per ciò stesso senza titolo e precaria, di un immobile possa essere valutato e computato tra le disponibilità aventi rilevanza economica di cui è necessario tenere conto ai fini della determinazione dell’ammontare dell’assegno dovuto all’ex coniuge.

La logica della decisione si fonda sulla considerazione che la misura dell’assegno in favore del coniuge più debole non può tener conto di circostanze precarie, che per loro natura possono venir meno senza preavviso o in tempi anche brevi. La semplice disponibilità di un appartamento, sia essa dovuta a titolo di amicizia, cortesia ovvero in virtù di una occupazione di fatto non costituisce un valore economico concreto, anche se costituisce una temporanea utilità.

Avvocato Gallo, Studio Legale DG, Genova

Rappresentanza: le limitazioni di validità

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Un imprenditore può essere validamente impegnato anche da un rappresentante privo di poteri specifici.

Nella pratica commerciale si vengono di frequente a confrontare due esigenze opposte: quella dell’imprenditore che tende a mantenere il controllo totale delle attività dei propri incaricati in quanto possibile fonte di obblighi e impegni per l’azienda e quella del rappresentante incaricato, che mira a portare a termine gli incarichi a lui affidati anche superando i limiti della propria limitata autonomia.

In un caso di recente deciso dalla Corte di Cassazione (Sentenza 8 maggio 2015, n.9328), a conferma di precedenti decisioni di contenuto equivalente, la circostanza che il terzo al quale era stato richiesto un servizio non si fosse preoccupato di accertare se effettivamente il rappresentante dell’azienda committente per il servizio stesso fosse abilitato a concludere il relativo contratto o meno non è stato sufficiente a escludere che lo stesso contratto fosse ritenuto nondimeno valido e quindi impegnativo in presenza di circostanze tali da giustificare la convinzione del fornitore di servizi di aver trattato con un rappresentante debitamente abilitato.

Una semplice comunicazione via fax portante in calce il timbro della ditta committente accompagnato da una firma illeggibile hanno nel caso esaminato comportato la validità dell’impegno assunto dal rappresentante, anche se a ciò non autorizzato, e l’obbligo per l’impresa di corrispondere quanto pattuito quale corrispettivo dei servizi poi effettivamente resi.

Il comportamento reale delle parti prevale infatti, anche da un punto di vista giuridico, rispetto agli aspetti formali che giustificherebbero la inefficacia dell’impegno assunto dal rappresentante non autorizzato, a maggior ragione nella ipotesi in cui, come nel caso, il soggetto che sostiene la inefficacia del contratto per difetto di poteri del rappresentante abbia in effetti tratto vantaggio dalla esecuzione del contratto stesso.

Per commenti e approfondimenti rivolgersi a: Avvocato Domenico Gallo, Studio Legale DG, segreteria@studiolegaledg.it.

Lo studio legale genovese rivolto alle imprese e che fornisce loro assistenza completa nei principali settori del diritto civile, commerciale e societario in ambito sia nazionale sia internazionale.