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SOCIETÀ

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SOCIETÀ – Di capitali – Società per azioni (nozione, caratteri, distinzioni) – Costituzione – Modi di formazione del capitale – Limite legale – Delle azioni – In genere accordo tra soci uno dei quali si obblighi a manlevare l’altro delle eventuali conseguenze negative del conferimento effettuato in società mediante l’attribuzione di un diritto di vendita c.d. put della partecipazione sociale a prezzo predeterminato – Liceità e meritevolezza degli interessi – Sussistenza.

Cass.  Civ. Sez. I Ord. 4 Luglio 2018, n. 17498

E’ lecito e meritevole di tutela l’accordo negoziale concluso tra i soci di una società azionaria, con il quale l’uno, in occasione del finanziamento partecipativo così operato, si obblighi a manlevare l’altro dalle eventuali conseguenze negative del conferimento effettuato in società, mediante l’attribuzione del diritto di vendita (c.d. “put”) entro un termine dato ed il corrispondente obbligo di acquisto della partecipazione sociale a prezzo predeterminato, pari a quello dell’acquisto, pur con l’aggiunta di interessi sull’importo dovuto e del rimborso dei versamenti operati nelle more in favore della società.

Compensatio lucri cum danno

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Sulla questione se dall’ammontare dei danni risarcibili dal danneggiante debba essere detratta l’indennità assicurativa derivante dall’assicurazione contro i danni che il danneggiato abbia percepito in conseguenza del fatto illecito, si confrontano due orientamenti.
Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione – 22 maggio 2018 n. 12565 – confermano il divieto di cumulo di indennizzo assicurativo e risarcimento del danno  affermando che il danno da fatto illecito deve essere liquidato sottraendo dall’ammontare del danno risarcibile l’importo dell’indennità assicurativa derivante da assicurazione contro i danni che il danneggiato-assicurato abbia riscosso in conseguenza di quel fatto.

Software, le forme di cessione dei diritti: rischi e tutele contrattuali

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Tranne che nei casi in cui le soluzioni software vengano utilizzate da parte dello stesso soggetto che le ha sviluppate, la maggioranza delle modalità digitali per la soluzione di problemi operativi vengono in qualche modo messe a disposizione di altri soggetti che le sfruttano al fine del raggiungimento di determinati risultati specificamente voluti. Bisogna quindi essere ben consapevoli degli strumenti contrattuali utili alla tutela dei diritti e dei rischi connessi.
I soggetti utilizzatori instaurano quindi un necessario rapporto con lo sviluppatore, sia esso una persona fisica o una organizzazione imprenditoriale, avente carattere di esclusività fin dall’origine oppure di semplice facoltà condivisa con altri soggetti, anche se per usi diversi per ognuno di essi.
Nel primo caso l’intero diritto di proprietà della soluzione elaborata viene ceduto senza riserve, in maniera simile a quanto avviene per tutte le forme di vendita di un bene o di altra utilità nella sua interezza.
Nel secondo, invece, la proprietà rimane al cedente, essendo la cessione limitata all’uso del bene o dell’utilità, come avviene nei casi di qualunque locazione, salvo che, trattandosi di modalità operative digitali, la utilizzazione può essere anche contemporanea o congiunta da parte di un numero rilevante di soggetti.
Il legislatore Italiano nel 1992 con il D. Lgs. 29 Dicembre 1992 n. 518, in attuazione della Direttiva n. 91/250/CEE, ha equiparato alle opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura i programmi per elaboratori, ovvero il software, con la conseguenza che le problematiche connesse alla vendita dei software sono, pertanto, quelle relative alla cessione dei diritti di utilizzazione dell’opera di un autore, nei limiti e per gli effetti disciplinati dall’art. 2581 c.c., nonché dalla Legge 22 Aprile 1941 n. 633 sul diritto di autore come più volte modificata.
Ne consegue altresì che nella trattazione della cessione delle facoltà di utilizzazione delle modalità digitali innovative ed in genere di tutti i contratti di fornitura ad esse relative non può quindi prescindersi dall’analisi del contenuto di tali particolari opere dell’ingegno, perché attraverso tale analisi sarà più semplice comprendere il contenuto degli accordi che si vogliono stipulare nonché valutare i rapporti di forza tra le parti.
Trattandosi di cessioni aventi ad oggetto utilità o beni non materiali (salvo il supporto fisico eventuale, di valore solitamente trascurabile) non viene richiesta per legge alcuna formalità particolare, quindi un accordo verbale sarebbe sufficiente salvo la ovvia opportunità della conclusione di un contratto scritto.
Un caso particolare di acquisizione della proprietà è riferito a quanto elaborato da parte di un dipendente su incarico del proprio datore di lavoro, perché in tale ipotesi la proprietà di quest’ultimo è automatica per legge, a meno che ciò non sia stato espressamente escluso, senza necessità di una cessione formale (vedasi articolo 12 bis, introdotto nel 2017, della legge sul diritto d’autore).
E’ doveroso far notare che il termine “dipendente” va inteso in senso specifico e che pertanto quanto elaborato a seguito di incarico o commissione ma senza vincolo di subordinazione resta in proprietà del soggetto che lo ha elaborato, con libertà assoluta delle parti di attribuirne i diritti di proprietà e di sfruttamento nei modi e nei termini che credono, senza alcuna presunzione.
In ogni caso, ove la proprietà venga ceduta per intero, l’autore si spoglierà di ogni suo diritto, normalmente contro pagamento di un adeguato corrispettivo, restando così escluso da ogni successiva possibilità di controllo o di gestione della soluzione da lui elaborata.
L’unico diritto non cedibile, ma puramente morale e privo di valore economico, resta quello della paternità su quanto elaborato, in forza dell’articolo 20 della legge sopra citata, ossia il diritto ad esserne considerato e riconosciuto autore, oltre che, teoricamente, ad opporsi a deformazioni, mutilazioni o modifiche, anche se questo ultimo aspetto difficilmente potrebbe assumere rilevanza nel settore informatico, per ovvie ragioni di evoluzione e continuo adattamento.
Le cessioni limitate alla utilizzazione soltanto costituiscono la maggioranza dei casi, e la varietà delle possibili modalità è praticamente infinita oltre che liberamente negoziabile tra le parti.
Normalmente, le modalità digitali sviluppate ed elaborate da un soggetto vengono concesse in licenza d’uso a favore di altri soggetti che, appunto, le utilizzano, ed i limiti a tale uso possono essere temporali, spaziali, di ambito operativo, talvolta anche di piattaforma di sistema (si veda il caso Apple che non consente l’utilizzo dei propri sistemi operativi su macchine che non siano di propria fabbricazione).
In altri casi la licenza d’uso è implicita nell’acquisto della macchina, in quanto il fabbricante della stessa si è assicurato una licenza dallo sviluppatore con facoltà di cedere detta licenza agli acquirenti delle macchine vendute con il proprio marchio, con acquisizione automatica della licenza all’atto dell’acquisto, spesso senza neppure saperlo (cosiddette licenze OEM).
Si è detto che in questo ambito viene lasciata alle parti la più ampia libertà, e questa viene spesso abusata da parte degli sviluppatori ogniqualvolta la loro posizione predominante lo permetta, entro i limiti dettati in materia di clausole vessatorie.
Una delle poche facoltà che non possono in nessun caso essere negate all’utilizzatore-licenziatario sono la riproduzione di una copia di sicurezza per il caso di perdita o distruzione del supporto originariamente fornito, oltre alla “decompilazione” (spesso riferita come “reverse engineering”) al fine di risalire al codice sorgente dell’elaborato oggetto di licenza.
Tale ultima attività, normalmente vietata in quanto comportante accesso al codice sorgente e quindi al vero cuore dell’elaborato, è consentita soltanto per ottenere la interoperatività della soluzione informatica con altri strumenti software utilizzati dal licenziatario, il che tuttavia si verifica di solito soltanto nel caso che quest’ultimo abbia ampie risorse e necessità al riguardo, il che non si verifica con i normali utilizzatori finali. L’aspetto è comunque molto rilevante e le opportune cautele dovranno essere predisposte contrattualmente per disciplinarlo.
Esistono circostanze nelle quali il codice sorgente viene rivelato all’utilizzatore, o del tutto gratuitamente e senza vincoli di alcun genere (licenze di pubblico dominio) oppure con facoltà limitate e ben definite quanto alla modificabilità, integrazione in altre soluzioni di diversa provenienza, usi specifici e altro (licenza open source) nel qual caso si rientra nell’ambito della normale licenza, gratuita o a pagamento che sia.
Un ulteriore aspetto da non trascurare è la eventuale inclusione, nella soluzione elaborata e destinata alla cessione, di parti accessorie elaborate da terzi. Il classico esempio è costituito da librerie di dati, routines di conversione o di datazione o di localizzazione geografica.
Se le stesse sono di dominio pubblico ovvero di libero utilizzo generale il problema naturalmente non si pone, ma se la gratuità è prevista soltanto per utilizzi non commerciali oppure sussistono limitazioni o addirittura divieti, la cessione del pacchetto che li contiene può avere conseguenze estremamente negative.
Il recente caso del sistema di rilevazione delle velocità medie che ha coinvolto le autostrade italiane ne è un esempio (anche se nel caso esistevano aspetti di tutela brevettuale, di solito non presenti nel settore dell’informatica). A prescindere dalle circostanze materiali fisiche, il sistema di rilevazione ed elaborazione dei dati era stato considerato sia da parte degli utilizzatori che da parte di chi aveva loro concesso in licenza il sistema, come perfettamente legittimo, essendo per la maggior parte originale e specifico per l’uso particolare.
Ma la contestazione da parte di chi il sistema lo aveva elaborato per primo ha avuto come conseguenza il divieto di utilizzarlo per intero, con notevoli danni conseguenti, anche se la parte riconosciuta come protetta e non usabile costituiva una porzione quasi marginale dell’intero sistema.
Sono infine da menzionare le ipotesi in cui la soluzione informatica venga elaborata su istruzioni specifiche dell’utilizzatore, per cui, salvo non venga riservato al cedente il diritto di commercializzare in proprio e verso terzi la soluzione da lui sviluppata, ipotesi piuttosto rara, il committente del lavoro diviene proprietario del lavoro in via esclusiva.
A prescindere dalla qualificazione del rapporto (a grandi linee: appalto se lo sviluppatore è un’impresa o contratto d’opera se è un professionista) cambiano in tale caso le rispettive responsabilità, garanzie e diritti, ragione per cui la disciplina contrattuale adatta alla specificità della soluzione ceduta assume una importanza determinante.
E’ da notare che, mentre tali ipotesi di soluzioni personalizzate erano più comuni in tempi passati, sono oggi divenute più rare a causa della miriade di soluzioni informatiche disponibili sul mercato studiate e mirate a venire incontro alle esigenze più disparate.
Ma restano ancora piuttosto diffusi gli adattamenti di soluzioni commerciali comuni, che il cliente utilizzatore, specie se di dimensioni medio-grandi, come banche, società di assicurazione o industrie, vuole in qualche modo personalizzare per meglio adeguarlo alle proprie necessità o per facilitarne l’uso da parte dei dipendenti.
In tali casi, lo sviluppatore cedente dovrà assicurarsi la concessione della relativa licenza da parte dell’avente diritto, con facoltà di modifica e adattamento, ovvero l’acquisto di tale licenza da parte del cliente utilizzatore finale.
Si può osservare insomma che in generale il migliore sfruttamento commerciale delle soluzioni informatiche innovative non può prescindere da una adeguata tutela all’atto della sua cessione a terzi, tutela che può essere assicurata solo con una accurata scelta e formulazione dello strumento contrattuale più adatto, anche al fine di evitare esposizione a rischi operativi derivanti dall’utilizzo da parte del cessionario.

Articolo pubblicato su:
https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/software-le-forme-di-cessione-dei-diritti-rischi-e-tutele-contrattuali/

Trasporto – perdita della merce – mittente – azione risarcitoria – onere probatorio.

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La Suprema Corte di Cassazione (cfr. sezione IV civile – ordinanza 12 gennaio 2018 n. 702) ha affermato, e non constano precedenti negli esatti termini, che qualora il mittente agisca nei confronti del vettore per il risarcimento del danno patito in conseguenza della perdita della merce trasportata, sul primo incombe soltanto l’onere di provare la perdita del carico e il suo valore, ma non anche di aver indennizzato il destinatario della merce per il mancato arrivo della stessa; spetterà invece al vettore dimostrare che il mittente aveva già percepito dal destinatario il prezzo della merce poi andata perduta e che quest’ultimo non gliene ha chiesto la restituzione.

Licenze software, le responsabilità in caso di danni: che dicono le norme

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Chi concede in licenza un bene immateriale, come sono tutti i prodotti informatici, ad eccezione del supporto sul quale sono distribuiti (anche se ciò tende a ridursi con il potenziamento dei collegamenti Internet che consentono la distribuzione on-line), è pienamente responsabile per le conseguenze negative che ne dovessero derivare. Concetto importante e spesso poco conosciuto, perché una lettura non troppo attenta di uno qualsiasi dei numerosi contratti di licenza d’uso per sistemi informatici o delle licenze software potrebbe indurre a credere che gli sviluppatori e i venditori di materiale del genere possano tranquillamente evitare preoccupazioni in merito agli eventuali danni derivanti dall’utilizzo dello stesso.
Il contenuto di tali contratti viene infatti strutturato, talvolta in maniera piuttosto ingenua, in modo tale da isolare completamente il venditore dall’utilizzatore: sembrerebbe quasi che, addirittura, la cessione a pagamento di una licenza d’uso non lasci poi a chi la usa nessuna possibilità di rivalsa, neppure se il prodotto fosse così scadente da non essere usabile.
Ma le cose, come detto, non stanno così. Vediamo perché e che c’è da sapere.
Va anzitutto notato che a norma della legge italiana tutte le clausole limitative di responsabilità o di divieto a sollevare eccezioni che siano state predisposte da uno dei soggetti, normalmente il venditore, oppure siano contenute in un testo prestabilito al quale l’altro soggetto possa soltanto aderire, non hanno effetto se non sono state approvate specificamente, separatamente dal contesto, e per iscritto.
I contratti conclusi con il classico clic di accettazione via internet ovvero tramite rottura del sigillo di una confezione del prodotto (cosiddetta licenza a strappo o shrink wrap) non comportano quindi limitazioni effettive di responsabilità anche se previste.
Ma se le norme sopra accennate valgono soprattutto in caso di distribuzione a privati, la cui protezione deriva altresì dalle disposizioni del Codice del Consumo e delle normative comunitarie in materia, anche le transazioni tra aziende sono soggette a normative piuttosto stringenti al fine della tutela dei contraenti.
Va osservato anzitutto che la clausola di divieto di cessione a terzi della licenza d’uso, spesso prevista, è stata messa in discussione in quanto in contrasto con la legislazione in tema di diritto d’autore, al quale le soluzioni software sono soggette, salvo casi particolari, e precisamente con il cosiddetto “principio di esaurimento” in materia, in base al quale la prima vendita di un bene in ambito comunitario esaurisce il diritto di distribuzione limitatamente alla copia, materiale o non, a suo tempo ceduta in uso e pertanto rivendibile (cfr. caso Oracle deciso nel 2009).
Ammessa la cedibilità, questa comporterebbe obblighi di garanzia a carico dello sviluppatore nei confronti del nuovo licenziatario, con effetti di prolungamento cui le principali software house hanno cercato di rimediare mediante licenze a tempo determinato oppure soluzioni software utilizzabili soltanto on-line su abbonamenti a tempo.
Altro principio rilevante è il divieto previsto dall’articolo 1229 del codice civile italiano circa la limitazione o la esclusione in sede contrattuale delle responsabilità nascenti da colpa grave, dalle quali pertanto lo sviluppatore non può esimersi in alcun modo.
Neppure da sottovalutare è l’interpretazione del contratto in caso di controversie e per il caso che il contratto come stipulato tra le parti non preveda soluzioni specifiche o quelle previste non siano utilizzabili.
Stante l’impostazione di figure contrattuali tipiche contenute nel codice civile italiano, l’interpretazione dei contratti di cessione di diritti su materiale informatico, atipici nella stragrande maggioranza dei casi, viene condotta in caso di dispute mediante riferimento a contratti tipici affini o equivalenti.
Il contratto di licenza d’uso, normale per le soluzioni informatiche, viene quindi parametrato, a seconda del suo prevalente scopo, come risultante dal suo effettivo contenuto, ai contratti, per esempio, tipici di locazione o vendita di bene immateriale oppure di appalto d’opera quando il sistema software sia stato sviluppato su specifiche disposizioni e per necessità indicate dall’utilizzatore.
Così, per esempio, se dovesse essere ritenuta prevalente la natura di locazione in un contratto di licenza, la responsabilità per i vizi eventuali non potrebbe comunque essere esclusa se gli stessi sono stati taciuti in malafede o rendano impossibile l’uso del bene oggetto di cessione in uso (cfr. articolo 1579 c.c.).
Mentre, se prevalente fosse riscontrata la natura di vendita, la sola malafede del cedente sarebbe sufficiente, a prescindere dalla possibilità di utilizzo (cfr. articolo 1490 comma 2 c.c.).
Oppure, con riferimento all’appalto, solo se i difetti riscontrati rendessero il software sviluppato inadatto all’uso dichiarato l’utilizzatore/committente avrebbe facoltà di risolvere il contratto con restituzione di quanto pagato, in ogni altro caso gli sarebbe solo consentito chiedere la eliminazione dei difetti o la riduzione del prezzo proporzionale al minore utilizzo (cfr. articoli 1668 e 2226 c.c.).
Possono anche incontrarsi casi non univoci, come quando, ciò che avviene di frequente, lo sviluppatore utilizzi programmi o parti di programmi esistenti (librerie, banche dati o altro) e di proprietà di terzi poi adeguatamente modificati o completati allo scopo di adattarli alle esigenze dell’utilizzatore.
In questi casi, a parte la necessità dello sviluppatore di garantire per sé o per l’utilizzatore il legittimo uso del materiale altrui, il contratto finale potrà essere qualificato come assimilabile alla vendita o all’appalto, con applicazione delle discipline di diritto relative, valutandone i contenuti da un punto di vista qualitativo e quantitativo.
La ripartizione delle responsabilità fino a questo punto considerata, come afferente il rapporto tra sviluppatore e utilizzatore dal punto di vista interno, si riflette necessariamente nella loro posizione riguardo a soggetti estranei a tale rapporto che siano coinvolti a qualsiasi titolo nella utilizzazione della soluzione informatica fornita.
Sotto questo aspetto vanno considerate prima di tutto le rivalse da parte dei soggetti acquirenti dei beni o dei servizi forniti dall’utilizzatore ed ottenuti tramite la soluzione informatica oggetto di contratto, per la quali lo sviluppatore potrà essere chiamato a rispondere.
Ma inoltre anche i danni a soggetti non legati a nessuna delle parti da legami contrattuali, considerato che sempre più di frequente vengono utilizzate connessioni a servizi di rete pubblici o privati, servizi che possono subire pregiudizio anche all’insaputa dell’utente, il quale non ha normalmente a disposizioni adeguate conoscenze o strumenti per evitarle.
Oltre ai numerosi casi di contraffazione e distribuzione di programmi noti e diffusi allo scopo di effettuare operazioni ignote all’utente inconsapevole, può verificarsi che l’errata progettazione del programma non sia sufficiente ad impedire accessi non voluti all’insaputa dell’utilizzatore.
Questo può avvenire quando il programma sia basato sulla acquisizione di parametri o di dati da fonti esterne in rete; in questo caso è evidente la responsabilità dello sviluppatore per i danni da disservizio o blocco dei server utilizzati, sempre che sia comprovata la mancata adozione degli accorgimenti adeguati ad evitare il malfunzionamento non voluto del programma.
Tale ultimo aspetto porta a considerazioni finali in tema di esigenze probatorie in caso di controversie riguardo il funzionamento di soluzioni informatiche.
In generale l’onere della prova del danno subito incombe sul danneggiato, ma spesso tale prova si limita alla esistenza del danno ed al nesso tra il danno e la soluzione software utilizzata, senza possibilità di accertare la causa effettiva perché i rimedi adottati con urgenza per limitare o impedire gli effetti dannosi hanno modificato di fatto la originale configurazione.
A questo, oltre che alla frequente inesistenza di indagini a priori sulla architettura generale del sistema al momento della installazione, va aggiunta la scarsa o limitata dimestichezza con settori informatici specifici da parte dei periti nominati in sede giudiziaria.
La redazione dei contratti di cessione, licenza e sviluppo su commissione di strumenti e soluzioni informatiche resta comunque un tema in divenire, in corrispondenza della espansione ed evoluzione continua dell’informatica e delle sue applicazioni, al quale le imprese dovrebbero dedicare la massima attenzione in vista delle potenziali esposizioni economiche.

Articolo pubblicato su:
www.cybersecurity360.it/legal/licenze-software-le-responsabilita-in-caso-di-danni-che-dicono-le-norme

Tutele legali delle soluzioni informatiche: Contratto eula, Brevetto, Copyright

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La potenziale redditività economica da valutare in vista dello sviluppo di nuove soluzioni informatiche è fortemente influenzata dalle possibilità di sfruttamento di tali soluzioni in esclusiva da parte dello sviluppatore direttamente; ovvero del committente che lo abbia commissionato e ne abbia acquisito i diritti di utilizzo. Ecco una guida sulle misure principali da prendere a questo scopo.
Alle protezioni informatiche interne, quali password, chiavi proprietarie o di recente i controlli via internet da remoto, le tutele più propriamente legali hanno una importanza notevole e la loro attuazione può coinvolgere aspetti diversi tra i quali non è facile districarsi e scegliere.
Le Start-up/PMI partono da un’idea innovativa che, talvolta, ha l’ambizione di rivoluzionare un settore con la forza della creatività, delle competenze tecnologiche e dell’entusiasmo e questo deve far sì che proteggere le soluzioni informatiche innovative mediante strumenti per la tutela della proprietà intellettuale, permette alle Start-up/PMI di alzare delle barriere solide contro i potenziali concorrenti e fornisce il tempo necessario a sviluppare i progetti da un punto di vista commerciale. Senza contare che un’adeguata protezione dell’innovazione renderà la Start-up/PMI più appetibile per chiunque abbia interesse ad investire sul loro business model.
Ad esempio per lo sviluppo di nuove soluzioni software la prima barriera è normalmente costituita dal contratto di licenza comunemente denominato EULA che, essendo predisposto dallo sviluppatore ed accettato dall’utilizzatore per adesione, di solito tramite spunta per accettazione all’atto della installazione, è sottoposto a limitazioni legali nel caso le previsioni in esso contenute siano limitative dei diritti dell’utilizzatore ovvero delle responsabilità dello sviluppatore, in base all’art. 1341 del codice civile italiano in tema di cosiddette clausole vessatorie e del Codice del consumo (d.lgs. 206/2005), in caso l’utilizzatore finale possa essere qualificato come consumatore.
Una attenta formulazione dei termini di licenza risulta quindi molto opportuna in ogni caso.
Le barriere di protezione legale sono costituite dal marchio, dal brevetto e dal copyright (diritto d’autore).
Il marchio, corrispondente al nome commerciale, garantisce una difesa relativa, e soltanto nei casi in cui il nome attribuito alla soluzione informatica ne richiami specificamente la funzione ed acquisti una notorietà sufficiente ad identificare la soluzione stessa.
Normalmente, in caso di denominazioni di fantasia, la protezione è piuttosto debole ed è facile per i potenziali concorrenti violare i diritti dello sviluppatore usando una denominazione commerciale diversa.
La protezione brevettuale è senza dubbio la più forte, ma, nel caso delle soluzioni informatiche, anche la più problematica.
Innanzitutto perché l’attuale legislazione in materia in Europa rende difficile, in linea di principio, la brevettabilità delle soluzioni informatiche, e in secondo luogo a motivo dei costi abbastanza proibitivi, considerata la attuale vita utile media dei prodotti di queste soluzioni informatiche.
Sotto il primo aspetto, l’articolo 52, paragrafo 2, punto c) della Convenzione sulla Concessione dei Brevetti Europei (EPC) in vigore dal 1977 esclude ad esempio la brevettabilità del software, precisando tuttavia al successivo paragrafo 3 che tale esclusione si riferisce al software “in quanto tale”.
E il successivo articolo 53 non elenca in effetti il software tra le invenzioni non brevettabili in assoluto, mentre l’articolo 54 richiede la novità e il 57 la idoneità ad avere applicazione industriale.
Le Linee Guida dell’Ufficio Brevetti Europeo (EPO), pubblicate il 1° giugno 1978 su questo tema e successivamente ampliate e modificate, tendono ad escludere dalla possibilità di protezione ad esempio i software che siano riconducibili a procedimenti matematici o logici anche complessi ma che non comportino una effettivo risultato tecnico-pratico.
La interazione con la macchina su cui il programma funziona può invece costituire oggetto di brevetto se il risultato ottenuto porta un contributo tecnico allo stato dell’arte.
Come si vede, la distinzione è molto sottile e solo un attento esame preliminare può portare a utili indicazioni.
L’aspetto dei costi può essere poi determinante, in quanto l’attuale sistema comporta comunque depositi separati nei diversi stati dell’Unione, con il rischio che il brevetto venga concesso in alcuni paesi e negato in altri, con conseguenti procedure contenziose anch’esse a costi notevoli.
Secondo calcoli della stessa Commissione Europea, i costi della richiesta di protezione brevettuale per i 13 paesi principali dell’Unione Europea corrisponderebbero a circa 130.000 Euro nell’arco di vent’anni.
Un sistema unitario per tutta l’Unione Europea è stato predisposto con la Convenzione di Lussemburgo sul brevetto comunitario (CBC), la quale tuttavia non è ancora entrata in vigore a motivo delle resistenze opposte da alcuni Stati Membri. La attuazione di tale convenzione porterebbe ad una notevole semplificazione, accentrando le procedure e portando una sensibile riduzione dei costi a circa 35.000 euro nell’arco di durata ventennale del brevetto.
La sopra descritta situazione in Europa non si discosta molto in sostanza da quella internazionale, in particolare con quella degli Stati Uniti.
L’orientamento generale restrittivo verso la brevettabilità ad esempio sempre del software trova appunto motivo nella onerosità e costi delle relative procedure, circostanza che favorirebbe le grandi multinazionali a scapito degli sviluppatori indipendenti e in genere delle Start-up/PMI.
L’indirizzo si è orientato fin dall’origine verso la normale tutelabilità delle soluzioni informatiche secondo le norme del diritto di autore, non escludendo tuttavia la brevettabilità in principio, ma solo per casi determinati.
Ed effettivamente la tutela fornita ad esempio dal diritto di autore (copyright) sul codice sorgente costituente la base del software è sicuramente la più immediata e meno costosa, anche se certamente non estesa a tutti gli aspetti vulnerabili.
Secondo la legislazione in vigore in Italia, il semplice deposito nell’apposito Registro presso la SIAE della copia un programma su supporto ottico (CD o DVD), unitamente alla dichiarazione modello 349, e con il pagamento di un diritto fisso e imposte per circa 260 euro, garantisce la data di priorità, i diritti di paternità dell’opera per i dati relativi e per la durata della vita del depositante e per ulteriori 70 anni nell’ambito del territorio italiano.
Il deposito può essere effettuato anche in prevenzione, per opere non ancora pubblicate o utilizzate, per la durata di 5 anni prorogabili per un successivo uguale periodo.
E’ da notare che la tutela accordata alle soluzioni informatiche sotto questo profilo è parificata a quella accordata ad opere letterarie, nel senso che il principale requisito richiesto non si riferisce alla novità o funzionalità, ma invece alla originalità e unicità dell’elaborato.
La protezione, rispetto al brevetto, è quindi da un lato più ristretta, in quanto strettamente collegata alla forma ed alla espressione usata, dall’altro molto più ampia perché riferita al modo personale di espressione dell’autore, alla sua creatività.
Il listato di un programma, ad esempio, viene limitato dal linguaggio tecnico utilizzato, ed è quindi meno libero di quello letterario, ciononostante il modo di esplicitazione è unico, non perché nuovo ma perché originale.
Chiedendo a un certo numero di programmatori la redazione di un codice che porti ad un certo risultato, si otterranno infatti listati sicuramente diversi, ma ognuno di essi sarà originale e unico, e quindi protetto come tale.
D’altro lato, la compilazione del listato mirante a limitare lo sviluppo di software simili dovrà essere formulato in modo tale da comprendere nel complesso le possibili espressioni di istruzioni equivalenti, allo scopo specifico di evitare forme di plagio funzionale da parte di terzi.
Anche tali aspetti sono stati ampiamente elaborati in sede di giurisprudenza e criteri abbastanza univoci risultano stabiliti a fini di riferimento preventivo.
Da notare infine che in caso di cessione dei diritti su opere protetta a norma del diritto d’autore, a seguito di vendita o cessione dei diritti di utilizzazione (licenza) oppure implicitamente in quanto sviluppata su commissione o in qualità di dipendente, il diritto morale di paternità dell’opera spetterà comunque all’autore persona fisica ed ai suoi eredi, come pure il diritto di opporsi a modifiche o alterazioni che siano lesive dell’onore o della reputazione dell’autore.
Ultimo aspetto da considerare è che la tutela del diritto di autore riconosciuta in Italia si estende automaticamente a tutte le nazioni aderenti alla Convenzione di Berna del 1886, più volte modificata e ampliata, e da ultimo a quasi tutte le nazioni mondiali, in forza dell’accordo TRIPS, promosso dalla organizzazione mondiale del commercio (WTO) e facente riferimento alla stessa Convenzione di Berna.

Articolo pubblicato su:
www.agendadigitale.eu/mercati-digitali/tutele-legali-delle-soluzioni-informatiche-contratto-eula-brevetto-copyright-le-norme-da-sapere

Convegno 27.06.2018

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In data 27 Giugno 2018 a Genova al Centro Culturale, Formazione e Attività Forensi Aula Convegni del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, CAMMINO – Camera Nazionale Avvocati per le persone, le relazioni familiari e i minorenni – della sede di Genova ha tenuto un convegno sull’argomento “Disabilità E Diritto”.

Responsabilità Vettore – Pacco spedito e mai consegnato – Danno

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Il Tribunale di Milano con sentenza del 21 marzo 2018 n. 3285 ha affermato che deve qualificarsi come gravemente negligente la condotta del Vettore che non sia stato in grado di fornire alcuna spiegazione circa la perdita del bene consegnatogli per il trasporto. In tale contesto, afferma sempre il Tribunale di Milano, risulta irrilevante l’allegazione del Vettore secondo cui lo stesso si sarebbe impegnato nella ricerca del predetto bene con la conseguenza che lo stesso Vettore è tenuto a ristorare il danno secondo i parametri di cui all’art. 1696 c.c..

Contratto definitivo – Prevalenza – Preliminare

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La Suprema Corte di Cassazione ha affermato con l’ordinanza n. 6223 del 14 marzo 2018 che nel caso in cui le parti, dopo aver stipulato un contratto preliminare, abbiano stipulato il contratto definitivo, quest’ultimo costituisce l’unica fonte dei diritti e delle obbligazioni inerenti al negozio voluto, in quanto il contratto preliminare, determinando soltanto l’obbligo reciproco della stipulazione del contratto definitivo, resta superato da questo, la cui disciplina può anche non conformarsi a quella del preliminare, salvo che le parti non abbiano espressamente previsto che essa sopravviva.