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COMPRAVENDITA: Sul Compratore grava l’onere di provare i vizi della cosa.

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Secondo la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite (cfr. sentenza n. 11748 del 3 maggio 2019) in materia di garanzia per vizi della cosa venduta di cui all’art. 1490 c.c., il compratore che esercita le azioni di risoluzione del contratto o di riduzione del prezzo di cui all’art. 1492 c.c. è gravato dall’onere di offrire la prova dell’esistenza dei vizi.

PROPRIETA’: Il diritto di sopraelevazione spetta sempre al proprietario dell’ultimo piano dell’edificio.

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Secondo la Suprema Corte di Cassazione – cfr. Cass. 18 marzo 2019 n. 7563 – il proprietario dell’ultimo piano dell’edificio, acquistando la proprietà del lastrico solare, acquisisce il diritto di sopraelevazione, e non necessita di alcun consenso da parte degli altri condomini, a meno che non sia prevista una limitazione convenzionale della norma di cui all’art. 1127 c.c..

Assicurazioni cyber e gestione dei dati personali, come cambia il mercato

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Valutazione del rischio, premio, diritti e doveri in mano al titolare: il mondo della tech insurance sta registrando un profondo riassestamento con l’esplosione della raccolta dati. E anche l’adesione al Gdpr non sempre è sufficiente a tutelare le parti in gioco. Ecco le possibilità e gli ostacoli in campo.
Gestione dei dati personali: lo scenario in rapidissima trasformazione e espansione sta determinando una nuova geografia del mercato assicurativo cyber (informatico). Quello delle assicurazioni che servono per schermare il patrimonio aziendale dalle possibili conseguenze dannose di un attacco informatico o di un’omissione umana.
Come si prefigura l’assicurazione per la responsabilità civile dei soggetti coinvolti nel trattamento dati verso terzi interessati agli stessi dati? Proviamo a fare chiarezza.
La sempre maggiore diffusione della raccolta di dati personali per i motivi più disparati, anche per semplice comodità e miglior accessibilità all’interno dell’azienda, e la sempre maggiore facilità di registrazione dei dati stessi utilizzando supporti e sistemi informatici ad oggi facilmente disponibili a basso costo, oltreché di relativamente facile apprendimento, comporta il continuo allargamento delle aree a rischio di danneggiamento, perdita, diffusione involontaria o sottrazione di grandi quantità di tali dati. La esposizione ad azioni risarcitorie da parte dei soggetti interessati alla segretezza degli stessi dati a qualsiasi titolo aumenta in corrispondenza ed impone la adozione di misure tendenti alla protezione in questo settore, mediante la stipulazione di polizze assicurative che, pur rientrano nella generica categoria della responsabilità civile verso terzi, presentano aspetti e peculiarità che meritano una considerazione specifica.

Così cambia il mercato assicurativo informatico
Da parecchi anni ormai il mercato assicurativo cosiddetto “cyber” o “informatico” costituisce un importante segmento in espansione molto rapida, ma sicuramente non corrispondente alla rapidità di diffusione, ad oggi in pratica quasi universale, anche se in diversa misura a seconda dei soggetti, dei sistemi informatici per la gestione di dati.
Quanto sopra per il buon motivo che la consapevolezza di essere tenuti ad osservare regole anche molto particolareggiate circa le modalità di registrazione, consultazione, elaborazione e conservazione di tali dati come stabilite per legge, fino a poco tempo fa il Codice della Privacy e di recente il Regolamento europeo noto come GDPR, non esaurisce affatto gli obblighi e le responsabilità dell’operatore e dei suoi dipendenti o dirigenti.
Deve essere tenuto ben presente infatti che, nel caso del verificarsi di uno qualsiasi dei possibili eventi dannosi che le norme contenute nel citato GDPR prevedono, l’osservanza delle regole imposte dalla normativa in vigore non comporta di per sé esenzione di responsabilità per i danni conseguenti all’evento e ciò non solo all’interno dell’azienda ma e soprattutto nei confronti dei soggetti terzi aventi interesse ai dati ed alla segretezza degli stessi.
La copertura assicurativa intesa al risarcimento dei danni diretti per riparazioni, ripristini, interruzione forzata della attività, trova quindi il suo naturale completamento nella copertura della esposizione a richieste di risarcimento, anche collettive, da parte di terzi che lamentino danni subiti a seguito del disservizio occorso nella gestione dei dati.

Non sempre è sufficiente la compliance al Gdpr
Il GDPR sopra richiamato pone espressamente a carico dei titolari del trattamento di dati la scelta delle tutele da essi considerate adeguate al fine di evitare possibili danni, in considerazione dei tipi e dei modi di trattamento in effetti adottati nel caso specifico, oltre all’obbligo di segnalazione immediata o al più entro 72 ore dalla scoperta, delle violazioni alla sicurezza riscontrate.
Ferma naturalmente restando la prova dell’esistenza del danno a carico di chi ne chiede il risarcimento, una eventuale richiesta di danni da parte dei soggetti interessati alla riservatezza dei dati non viene quindi esclusa dalla avvenuta tempestiva segnalazione e dall’accertata osservanza della normativa, ma soltanto dalla dimostrazione della adeguatezza dei mezzi di tutela adottati a priori.
Per questo motivo la copertura assicurativa della responsabilità in questi casi non può prescindere da una valutazione da parte dell’assicuratore, e molto spesso congiuntamente da assicuratore e assicurato, del rischio dipendente dalle scelte dei sistemi di tutela operate dal Titolare e imposte al Responsabile del trattamento.
Va aggiunto che per i sinistri in campo informatico non esistono statistiche affidabili in base alle quali determinare probabilità e entità valutabili ai fini della determinazione dei premi e che inoltre le potenziali minacce alla integrità dei sistemi informatici sono in continuo sviluppo con corrispondente adeguamento dei sistemi di difesa, e ciò implica una variabilità notevole dei rischi.
Questi due aspetti, costituendo un elemento essenziale del rapporto assicurativo, devono essere esplicitamente considerati e valutati in sede contrattuale al fine di evitare possibili cause di nullità o di adeguamento in sede risarcitoria, conseguenza di vere o presunte non esatte specificazioni del rischio assicurato invocabili da parte dell’assicuratore ex articolo 1892 del codice civile.

Data controller e data processor
Quanto alla identificazione dei soggetti coinvolti nel rapporto assicurativo a copertura della esposizione conseguente alla responsabilità civile in campo informatico, pur tenendo conto della infinita casistica che può riscontrarsi nel singolo caso, alcuni principi generali possono essere comunque accennati.
Va premesso peraltro che la terminologia adottata nella normativa italiana, essendo la stessa rimasta invariata rispetto a quella precedente, può risolversi in una certa confusione rispetto al nuovo significato attribuito agli stessi termini nella recente normativa contenuta nel citato GDPR.
Il soggetto in principio responsabile nei confronti dei terzi interessati è infatti il Titolare del trattamento (data controller) cioè il soggetto avente la materiale disponibilità dei dati, il quale sia in grado di decidere autonomamente come utilizzarli e come raggrupparli ai fini e per gli effetti che intende raggiungere.
La diversa figura del Responsabile del trattamento (data processor), contrariamente alla denominazione in italiano (che va riferita alla funzione soltanto e non comporta di per sé alcuna assunzione di responsabilità dal punto di vista giuridico) si riferisce in realtà ad un soggetto che può essere tenuto responsabile nei confronti dei terzi solo nei casi in cui siano state disattese le istruzioni provenienti dal Titolare ovvero siano state effettuate operazioni sui dati non autorizzate dallo stesso Titolare, il quale mantiene pertanto in ogni caso la responsabilità per il trattamento dei dati e per le possibili conseguenze negative che derivino.
In tali ipotesi è prevista addirittura la responsabilità solidale tra Titolare e Responsabile del trattamento, e potrà quindi ben accadere che anche il Responsabile provveda a dotarsi di idonea copertura assicurativa limitatamente a tale aspetto.
Resta ovviamente escluso che quest’ultima copertura possa essere riferita a casi di dolo o colpa grave, ma in presenza di entità organizzate la necessità può riguardare le colpe dei dipendenti o in genere i comportamenti colposi dell’assicurato nel gestire i dati affidati dal Titolare.

Cosa può fare il titolare dei dati
Sempre allo stesso Titolare sono attribuiti in via esclusiva gli obblighi di notifica al Garante delle violazioni riscontrate nei casi e nei tempi previsti; la adozione delle misure tecniche e organizzative adeguate per garantire la sicurezza dei dati, la elencazione specifica dei trattamenti nel registro apposito, la documentazione delle violazioni eventualmente verificatesi nonché, appunto, la nomina del Responsabile del Trattamento (Data Processor).
Sono stati sollevati dubbi circa la possibilità di nominare il c.d. Responsabile tra i dipendenti del Titolare ovvero di non nominarlo affatto, ciò che appare peraltro poco plausibile, ma ciò non influirebbe in ogni caso sulla sfera di responsabilità globale verso terzi del Titolare stesso.
Il rapporto contrattuale tra Titolare e Responsabile del trattamento comporta comunque una rilevanza notevole a fini assicurativi, sia sotto il profilo della eventuale chiamata in garanzia del Responsabile, ove ne ricorrano i presupposti, sia per la limitazione dei rischi rispetto alla responsabilità del Titolare.
Il relativo documento contrattuale dovrà necessariamente costituire un presupposto del contratto assicurativo in quanto determinante ai fini della valutazione del rischio assicurato in capo al Titolare.

Chi sono i soggetti interessati ai dati?
Ulteriore elemento da considerare a fini assicurativi è il tipo di soggetti interessati ai dati (data subject) potenzialmente portatori di diritti al risarcimento in caso di violazione dei dati stessi, tenendo conto che tali possono essere le persone fisiche a cui si riferiscono i dati personali e quindi abbastanza facilmente desumibili dal tipo di dati trattati. La estensione della protezione ad enti e persone giuridiche riveste carattere eccezionale ed estremamente specifico soltanto ad esempio in caso di utilizzo di materiale proveniente da banche dati per inoltro di comunicazioni indesiderate.
Va tenuto conto sotto questo aspetto che il concetto di interessato è molto cambiato negli anni recenti ed è suscettibile di ulteriori cambiamenti ed estensioni, solo se si consideri che le occasioni di raccolta di dati personali stanno aumentando in maniera esponenziale. Basta pensare al proliferare delle telecamere di sorveglianza, delle tessere, documenti o congegni portatili registrati all’interno di banche dati e simili.
Anche tale circostanza, oltre alla possibilità di azioni collettive in materia, in vista del numero considerevole dei potenziali interessati, deve indurre particolare attenzione nell’ambito assicurativo, sempre ai fini della definizione delle aree di rischio, dei massimali e delle franchigie, se previsti, oltre alla adozione degli opportuni aggiornamenti e adeguamenti per garantire la corrispondenza alle attività di volta in volta svolte in concreto e alle ragioni per l’adozione di tutele specifiche di contrasto alla violazione dei dati.
Concludendo, in pochi settori come quello considerato si rende necessaria la massima duttilità delle coperture assicurative in corrispondenza della evoluzione dei trattamenti e dei loro scopi, della analoga evoluzione degli strumenti di disturbo e intrusione e dello sviluppo equivalente dei mezzi di contrasto e protezione, nei tempi molto ristretti di tali dinamiche.

Articolo pubblicato su:
https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/assicurazioni-cyber-e-gestione-dei-dati-personali-come-cambia-il-mercato/

MARCHI: contraffazione ed usurpazione del marchio

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La Suprema Corte di Cassazione ha affrontato, anche se in maniera non completa, l’annosa questione tra il diritto al nome e diritto al marchio.
In forza della sentenza 29 gennaio 2019 n. 2473 l’attività illecita, consistente nell’appropriazione o nella contraffazione di un marchio (patronimico) mediante l’uso di segni distintivi identici o simili a quelli legittimamente usati dall’imprenditore concorrente, può essere da quest’ultimo dedotta sia a fondamento di un’azione reale a tutela del marchio sia a fondamento di un’azione personale per concorrenza sleale.

Amministratore e manutenzione straordinaria

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Cass. Civ. 17 Agosto 2017 n. 20136
Esaustiva precisazione da parte della Cassazione a proposito dei poteri dell’Amministratore in caso di manutenzione straordinaria.
L’Amministratore – ha detto la Suprema Corte di Cassazione – che, senza previa approvazione o successiva ratifica dell’assemblea, disponga l’esecuzione di lavori di manutenzione straordinaria nell’edificio condominiale e conferisca altresì ad un professionista legale l’incarico di assistenza per la redazione del relativo contratto di appalto, non determina l’insorgenza di alcun obbligo di contribuzione dei condomini al riguardo, non trovando applicazione il principio secondo cui l’atto compiuto, benché irregolarmente, dall’organo di una società resta valido nei confronti dei terzi che abbiano ragionevolmente fatto affidamento sull’operato e sui poteri dello stesso, giacché i poteri dell’amministratore del condominio e dell’assemblea sono delineati con precisione dagli art. 1130 e 1135 c.c., che limitano le attribuzioni del primo all’ordinaria amministrazione, mentre riservano alla seconda le decisioni in materia di amministrazione straordinaria; né il terzo può invocare l’eventuale carattere urgente della prestazione commissionatagli dall’amministratore, valendo tale presupposto a fondare, ex art. 1135, ultimo comma, c.c., il diritto dell’amministratore al rimborso delle spese nell’ambito interno di mandato.

Convegno 14.01.2019

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In data 14 Gennaio 2019 a Genova al Centro Culturale, Formazione e Attività Forensi Aula Convegni del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, CAMMINO – Camera Nazionale Avvocati per le persone, le relazioni familiari e i minorenni – della sede di Genova ha tenuto un convegno sull’argomento “Tavola Rotonda: Affido Condiviso, Mantenimento Diretto, Garanzia Bigenitorialità: decreto Pillon, un’illusione di parità?”.

Contratti Bancari

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Cass. Civ. Sez. I  Ord. 28 Novembre 2018 n. 30822

In tema di contratti bancari, il correntista che agisca in giudizio per la ripetizione dell’indebito, è tenuto a fornire la prova sia degli avvenuti pagamenti che della mancanza, rispetto ad essi, di una valida “causa debendi”, per cui il medesimo ha l’onere di documentare l’andamento del rapporto con la produzione di tutti quegli estratti conto, relativi all’intero periodo del rapporto, che evidenziano le singole rimesse suscettibili di ripetizioni in quanto riferite a somme non dovute.
Con questa sentenza la Corte di Cassazione affronta la distribuzione dell’onere della prova nelle controversie tra banca e correntista, soffermandosi sull’utilizzo del criterio c.d. saldo zero.

GDPR, la difficoltà di raccordo tra vecchie e nuove norme

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Il cambio di paradigma introdotto dal GDPR nella protezione delle informazioni in rete e le difficoltà di raccordo tra le nuove norme e quelle preesistenti: il punto della situazione
Nel nostro Paese, nonostante le importanti novità introdotte dal GDPR in tema protezione della riservatezza dei dati in rete, si è preferito non abrogare e sostituire completamente il previgente Codice della Privacy del 2013 ma piuttosto modificarlo, adeguarlo e in parte eliminarlo, con il risultato di generare una certa difficoltà di raccordo tra le norme preesistenti e le nuove del GDPR.
Le difficoltà della protezione delle informazioni
Il contesto in cui queste novità si inseriscono è caratterizzato da due fattori incontrovertibili: la rapidità e l’invadenza delle recenti evoluzioni nel settore e la sempre maggiore facilità e velocità di trasferimento e distribuzione delle informazioni, anche in forma complessa e in quantità rilevanti, per il tramite di reti interne, private o pubbliche come Internet e il Web.
D’altra parte, l’accumulo e la concentrazione di un grande volume di informazioni nella disponibilità di soggetti che li raccolgono amplificano i rischi di accesso alle stesse da parte di chi non è autorizzato a disporne e perciò impone l’adozione di opportuni sistemi di protezione talvolta estremamente complessi e costosi.
Non va dimenticato che le reti informatiche sono per la loro stessa natura concepite allo scopo di condividere informazioni tra tutti i soggetti aventi accesso alla rete e che la esclusione dell’accesso da parte di taluni soltanto tra di essi comporta la creazione di sovrastrutture estremamente sofisticate e complesse, atteso che lo scopo è quello di evitare intrusioni dirette ad accedere ai dati che si vuole proteggere ma che sono e devono comunque essere presenti all’interno della stessa rete a disposizione degli utenti autorizzati a disporne.
La protezione della riservatezza dei dati messi in rete costituisce quindi da parecchio tempo una delle aree più delicate della legislazione nei singoli paesi e delle normative comunitarie europee, dalle quali però si può rilevare un recentissimo importante cambiamento di rotta, che corrisponde alla acquisita consapevolezza della impossibilità di adeguare le regole a tempo con gli sviluppi tecnici sempre più innovativi e pressanti.
L’entrata in vigore anche in Italia lo scorso 25 maggio 2018 del Regolamento (UE) 2016/679, noto come GDPR (ovvero General Data Protection Regulation), a due anni dalla sua approvazione da parte del Parlamento e del Consiglio Europeo, non ha avuto grande eco tra gli operatori, forse a motivo dei diversi temi politici in evidenza a quell’epoca nonché nella errata convinzione che solo con l’adozione della legislazione applicativa interna tramite decreto del governo gli effetti reali si sarebbero fatti sentire nel nostro paese.
Neppure la successiva emanazione del decreto di recepimento della nuova disciplina il 10 agosto scorso, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 settembre e quindi entrato in vigore 15 giorni dopo, il 19 settembre 2018, ha provocato grandi reazioni, se non tra gli addetti ai lavori, e questo anche perché un termine di grazia di otto mesi è stato esplicitamente previsto nel decreto stesso, nel corso del quale la applicazione delle sanzioni da parte del Garante dovrebbe “tenere in conto” la fase di prima applicazione delle nuove norme, in altre parole tenere la mano leggera in tema di sanzioni.
Sta di fatto però che sotto il regime del nuovo GDPR si è addossata ai singoli operatori, in qualità di titolari del trattamento ovvero in persona del Responsabile del trattamento, la piena responsabilità in merito al giudizio di adeguatezza delle misure di sicurezza adottate in concreto, avuto riguardo al tipo ed al livello di rischio che soltanto il particolare operatore è in grado di valutare e decidere.
Ciò non di meno, e nonostante le rilevantissime novità contenute nel soprammenzionato GDPR sia in tema di adempimenti che di regime sanzionatorio (hanno una portata senza precedenti e possono raggiungere nel massimo fino a 20 milioni di euro o fino al 4% del fatturato annuale di un’azienda), si è preferito non abrogare e sostituire completamente il previgente Codice della Privacy del 2013 ma piuttosto modificarlo, adeguarlo e in parte eliminarlo, con risultati non certo affidabilissimi sotto l’aspetto interpretativo.
Lo stesso Garante della protezione dei dati personali, nel pubblicare il testo coordinato del Codice della Privacy come risultante dopo le modifiche di adeguamento al GDPR europeo ha ritenuto di dover avvertire espressamente che “il presente testo coordinato è reso disponibile al solo scopo informativo e non ha valore ufficiale”, evidentemente a motivo delle numerose possibili contraddizioni e incongruenze riscontrabili.
La difficoltà di raccordo tra le norme preesistenti e le nuove contenute nel GDPR discende fondamentalmente appunto dalla differenza di impostazione generale cui si è fatto cenno sopra del criterio in base al quale viene riconosciuta la responsabilità, e quindi la applicazione delle eventuali sanzioni, in capo al soggetto che è in possesso di dati personali di terzi, e dei quali faccia uso in qualsiasi modo: archiviazione, organizzazione, elaborazione, gestione in genere.
Viene quindi lasciata all’operatore in possesso dei dati la valutazione dell’adeguatezza delle misure adottate in considerazione delle particolari condizioni in cui opera e delle modalità operative da lui scelte, e delle quali dovrà eventualmente dare conto nel caso un evento dannoso si verifichi.
Tale principio, denominato di ‘accountability’, con termine anglosassone non facilmente traducibile, ma reso dal legislatore italiano con la parola ‘responsabilizzazione’, riferita al titolare e al responsabile del trattamento (quest’ultimo divenuto non a caso di nomina obbligatoria e non più facoltativa come sotto la precedente disciplina) viene espresso chiaramente all’articolo 24 del Regolamento europeo in questi termini:
“Tenuto conto della natura, dell’ambito di applicazione, del contesto e delle finalità del trattamento, nonché dei rischi aventi probabilità e gravità diverse per i diritti e le libertà delle persone fisiche, il titolare del trattamento mette in atto misure tecniche e organizzative adeguate per garantire, ed essere in grado di dimostrare, che il trattamento è effettuato conformemente al presente regolamento. Dette misure sono riesaminate e aggiornate qualora necessario.”
Viene quindi precisato nello stesso articolo che la eventuale adozione di codici di condotta ovvero di meccanismi di certificazione anche se debitamente riconosciuti e approvati non vale di per se ad escludere la responsabilità ma soltanto come uno degli elementi da valutare ai fini di escluderla.
E ancora, al successivo articolo 32 si dispone:
“Tenendo conto dello stato dell’arte e dei costi di attuazione, nonché della natura, dell’oggetto, del contesto e delle finalità del trattamento, come anche del rischio di varia probabilità e gravità per i diritti e le libertà delle persone fisiche, il titolare del trattamento e il responsabile del trattamento mettono in atto misure tecniche e organizzative adeguate per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio … “
e si aggiunge quindi una precisazione analoga a quanto esposto sopra riguardo a codici di condotta ovvero di meccanismi di certificazione eventualmente adottati.
Le obbligazioni imposte vengono quindi a sostituire i requisiti più spiccatamente formali previsti in precedenza, aggiungendo una responsabilità più estesa derivante dalle necessità valutate caso per caso e una giustificabilità delle scelte di sicurezza effettuate.
A completamento di quanto sopra, sono state introdotte altre prescrizioni assolute in ogni caso, quali l’obbligo di raccogliere e mantenere i dati in formato crittografato oltre ad ottenere il consenso ai trattamenti singolarmente per ciascuno di essi, con indicazione precisa delle finalità di raccolta e conservazione e con indicazione del Responsabile del trattamento.
Vengono prescritte inoltre modalità più esplicite quanto alla acquisizione dei consensi, escludendo accettazioni implicite o automatiche, e viene imposta l’archiviazione dei dati relativi con possibilità di accesso a tali dati da parte degli interessati.
Va infine sottolineato che la obbligatorietà del registro dei trattamenti previsto per le aziende con più di 250 dipendenti non esaurisce certamente le obbligazioni di responsabilizzazione per tale categoria di aziende, ma neppure esime le aziende più piccole, pur non tenute alla tenuta di tale Registro (a meno che non operino trattando dati c.d. cosiddetti sensibili), ad adeguare le misure di protezione in atto ai parametri di cui al nuovo GDPR.
Lo stesso Garante della Privacy propone un modello di registro semplificato ad uso PMI decisamente elementare e non molto complicato o impegnativo quanto alla regolare tenuta.
Sotto questo profilo è stato rilevato da parte della ICO, l’autorità che presiede alla protezione dei dati nel Regno Unito, che la tenuta di tale Registro, se ritenuta opportuna ed anche se non obbligatoria, può costituire in ogni caso un concreto sussidio per qualsiasi operatore nel campo di attività della gestione di dati al fine della valutazione della correttezza dei trattamenti effettuati in azienda e ciò in vista della dimostrazione della adeguatezza delle misure di protezione a norma del GDPR.

Articolo pubblicato su:

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SOCIETÀ

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SOCIETÀ – Di capitali – Società per azioni (nozione, caratteri, distinzioni) – Costituzione – Modi di formazione del capitale – Limite legale – Delle azioni – In genere accordo tra soci uno dei quali si obblighi a manlevare l’altro delle eventuali conseguenze negative del conferimento effettuato in società mediante l’attribuzione di un diritto di vendita c.d. put della partecipazione sociale a prezzo predeterminato – Liceità e meritevolezza degli interessi – Sussistenza.

Cass.  Civ. Sez. I Ord. 4 Luglio 2018, n. 17498

E’ lecito e meritevole di tutela l’accordo negoziale concluso tra i soci di una società azionaria, con il quale l’uno, in occasione del finanziamento partecipativo così operato, si obblighi a manlevare l’altro dalle eventuali conseguenze negative del conferimento effettuato in società, mediante l’attribuzione del diritto di vendita (c.d. “put”) entro un termine dato ed il corrispondente obbligo di acquisto della partecipazione sociale a prezzo predeterminato, pari a quello dell’acquisto, pur con l’aggiunta di interessi sull’importo dovuto e del rimborso dei versamenti operati nelle more in favore della società.

Compensatio lucri cum danno

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Sulla questione se dall’ammontare dei danni risarcibili dal danneggiante debba essere detratta l’indennità assicurativa derivante dall’assicurazione contro i danni che il danneggiato abbia percepito in conseguenza del fatto illecito, si confrontano due orientamenti.
Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione – 22 maggio 2018 n. 12565 – confermano il divieto di cumulo di indennizzo assicurativo e risarcimento del danno  affermando che il danno da fatto illecito deve essere liquidato sottraendo dall’ammontare del danno risarcibile l’importo dell’indennità assicurativa derivante da assicurazione contro i danni che il danneggiato-assicurato abbia riscosso in conseguenza di quel fatto.