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Denuncia difetti di conformità e vendita internazionale: si applica il termine fissato dalla Convenzione di Vienna.

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La Suprema Corte di cassazione con la sentenza 26 Gennaio 2021 n. 1605 ha disposto che in una compravendita internazionale fra una società venditrice italiana e una società acquirente straniera (nella fattispecie, tedesca) trova applicazione la Convenzione di Vienna dell’11 aprile 1980 sulla vendita internazionale di merci e pertanto, per quanto riguarda il termine per valere i vizi della merce acquistata, si deve aver riguardo al combinato disposto degli artt. 38 e 39 della Convenzione stessa.

Ne deriva che i termini di decadenza e di prescrizione per far valere i difetti di conformità non sono di otto giorni e un anno ex art. 1495 c.c., ma devono rispettare il criterio del “tempo ragionevole”, con la specificazione di un termine massimo di decadenza di due anni, secondo le prescrizioni dello strumento internazionale (art. 39 della Convenzione).”

La regola convenzionale s’impone poiché la preferenza dell’applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite, rispetto alle norme di diritto internazionale privato, si fonda essenzialmente su un giudizio di prevalenza del diritto materiale uniforme rispetto alle norme di diritto internazionale privato, come chiarito da una precedente sentenza sempre della stessa Corte di Cassazione.

Comportamento “non lineare” della parte? Non è sufficiente per la risoluzione del contratto.

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La Suprema Corte di Cassazione con l’ordinanza del 16 Novembre 2020 n. 25845 ha affermato che non è comprensibile, avuto riguardo all’obiettività dell’inadempimento rilevante ai sensi dell’art. 1455 c.c., il riferimento ad una “non linearità” del comportamento della parte, rinviando la “non linearità” ad una situazione di opacità, mentre il giudizio di inadempimento postula chiarezza ed obiettività dell’inottemperanza all’impegno contrattuale.

Assegno spedito per posta e incassato abusivamente: il nodo della responsabilità sciolto dalle SS.UU.

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Con la sentenza n. 9769 del 26 maggio 2020 le Sezioni Unite della Corte Suprema di Cassazione hanno chiarito, componendo il contrasto giurisprudenziale, che la spedizione per posta ordinaria di un assegno, anche se non trasferibile, comporta il concorso di colpa del mittente, insieme alla banca negoziatrice, nel caso in cui l’assegno medesimo venga incassato da una persona non legittimata.

Ad avviso delle Sezioni Unite la scelta del mittente di avvalersi della posta ordinaria per la trasmissione dell’assegno al beneficiario rispetto ad altre forme di spedizione, quali la posta raccomandata o assicurata, si traduce nella consapevole assunzione di un rischio evidente ed ingiustificato che non può non costituire oggetto di valutazione ai fini dell’individuazione della causa dell’evento dannoso.

Appalto – Danni a terzi: il committente può rispondere in solido con l’appaltatore

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La regola per la quale risponde il solo appaltatore ove abbia operato in autonomia con propria organizzazione e apprestando i mezzi a ciò necessari, o il solo committente, nel caso in cui si sia ingerito nei lavori con direttive vincolanti, che abbiano ridotto l’appaltatore al rango di “nudus mister”, certamente vale nei rapporti contrattuali interni tra committente e appaltatore, ma non vale per altre ipotesi intermedie, per le quali possono rispondere, solidalmente, tutti i soggetti che abbiano contribuito, a diverso titolo, a cagionare un danno a un terzo, qualora la loro ingerenza nei lavori appaltati si sia manifestata attraverso atti o direttive che abbiano soltanto ridotto l’autonomia dell’appaltatore. E’ quanto si legge nell’ordinanza della Cassazione del 29 ottobre 2019 n. 27612.

Nell’assicurazione di responsabilità il massimale non è elemento essenziale del contratto.

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Secondo la Cassazione civile, ordinanza 21 ottobre 2019 n. 26813, in tema di assicurazione per responsabilità civile, il massimale non è elemento essenziale del contratto di assicurazione, che può essere validamente stipulato senza la relativa pattuizione e neppure costituisce fatto generatore del credito assicurato, configurandosi piuttosto come elemento limitativo dell’obbligo dell’assicuratore, sicché grava su quest’ultimo l’onere di provare l’esistenza e la misura del massimale, dovendosi altrimenti accogliere la domanda di garanza proposta dall’assicurato a prescindere da qualsiasi limite di massimale.

Convegno 08.07.2019

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In data 8 luglio 2019 si è tenuto presso il Centro Culturale, Formazione e Attività Forensi del Consiglio dell’Ordine Avvocati di Genova la tavola rotonda dal tema “Divorzio – Assegno – Criteri Condizioni dei Coniugi: quando spetta?”.

Più di 110 persone hanno partecipato a questa tavola rotonda nella quale si è riusciti a unire l’aspetto “diritto” esposto negli interventi degli avvocati a quello “pratico” presentato dai Magistrati sia del Tribunale che della Corte di Appello i quali hanno parlato delle sentenze pronunciate dai loro rispettivi Organi in ossequio ai criteri di cui alla nota sentenza della Suprema Corte di Cassazione Sezioni Unite n. 18287/2018.

Questo connubio “diritto/pratica” è stato molto apprezzato dai partecipanti e ha determinato il successo dell’incontro.

Accesso da parte di terzi ad un sistema informatico: guida ragionata alla normativa

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Salvaguardare un sistema informatico da un possibile accesso abusivo costituisce uno degli aspetti più complessi e delicati della cyber security: si tratta di tutelare il “domicilio informatico” inteso come estensione del domicilio fisico e spazio virtuale anche in ambito aziendale. Ecco cosa dice la legge e come tutelarsi

La necessità di salvaguardare un sistema informatico da un possibile accesso abusivo costituisce uno degli aspetti più complessi e delicati della cyber security.

Un aspetto emerso a partire dal momento in cui lo sviluppo tecnologico consentì a più computer di “dialogare” fra loro e ricollegabile alla facoltà di accesso alla “rete” anche da parte di operatori privati, cui venne consentito di occupare uno spazio al suo interno, divenendo con ciò implicito il riconoscimento di una sorta di “spazio virtuale”.

D’altronde, l’ampia diffusione di strumenti informatici tra le persone comuni è tale da risultare uno strumento operativo indispensabile sia per le loro relazioni interpersonali ed economiche sia nei luoghi di lavoro.

Tale utilizzo, giustificato dall’obiettivo di migliorare il sistema di produzione e di gestione delle risorse e alla luce di un costante sviluppo tecnologico, ha creato in molti casi un quadro di vulnerabilità diffusa che pone in pericolo non solo i più ingenui e meno esperti ma anche coloro che, sicuri di conoscere a fondo le tecnologie che utilizzano, in realtà spesso manifestano evidenti punti deboli.

Reato di accesso abusivo ad un sistema informatico: la normativa

La rete è grande, entrare in contatto con gli utenti attraverso l’impiego di strumenti di comune utilizzo quali computer, PC, tablet e cellulari in modo il più possibile non sospetto, è l’obiettivo di molti criminali informatici.

Per questo è sempre più importante l’esigenza di positivizzare tutti quei comportamenti, per esempio di intrusione o sabotaggio, che possono provocare danni notevoli, sotto molteplici aspetti, alla vita del Paese.

La rivoluzione tecnologica ha avuto un forte impatto sui rapporti sociali e giuridici, determinando in circa mezzo secolo profondi cambiamenti anche per il diritto penale.

Recenti provvedimenti dell’autorità giudiziaria hanno dimostrato come comportamenti penalmente rilevanti possano frequentemente presentarsi anche nell’ambito di attività imprenditoriali e professionali nei termini descritti dalle fattispecie informatiche, vista la globalizzazione dello strumento informatico come modalità di espressione dell’attività economica.

Il reato di accesso abusivo, se da un lato può configurare un momento prodromico di una attività illecita diretta contro l’altrui patrimonio, allo stesso modo può costituire un “attacco” a interessi di natura extrapatrimoniale – culturali, scientifici o legati comunque alle più intimi manifestazioni della vita privata e interiore – di fondamentale rilievo, specie con riguardo ai valori riconosciuti e tutelati dalla carta costituzionale.

La condotta tipica sanzionata dall’art. 615-ter del Codice penale consiste, alternativamente, nell’introdursi abusivamente, e cioè senza il consenso del titolare dello jus excludendi (rectius titolare/responsabile del trattamento dei dati), in un sistema protetto, ovvero nel permanervi invito domino ma per finalità estranee da quelle consentite.

Detto articolo è inserito all’interno del titolo XII del Codice, dedicato ai delitti contro la persona, capo III, sezione IV, preposta a sanzionare i delitti contro l’inviolabilità del domicilio.

L´art.615-ter c.p., va considerato, unitamente al 640 ter c.p. (frode informatica), l’articolo più importante introdotto dalla legge n. 547 del 1993 (Modificazioni ed integrazioni alle norme del Codice penale e del codice di procedura penale in tema di criminalità informatica) poiché rende penalmente perseguibile l’accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza o il mantenimento in esso contro la volontà espressa o tacita dell’avente diritto.

Quando si configura l’accesso abusivo ad un sistema informatico

Come è noto, la norma oggetto di analisi circoscrive la tutela ai soli sistemi protetti da misure di sicurezza.

Per la dottrina maggioritaria le misure di sicurezza consistono in dispositivi idonei ad impedire l’accesso al sistema a chi non sia autorizzato.

In particolare, secondo i più, è sufficiente qualsiasi misura di protezione, anche banale e facilmente aggirabile, in quanto la pretesa esistenza della misura di sicurezza, è esclusivamente preordinata a rendere esplicita e non equivoca la volontà di riservare l’accesso solo a determinate persone, ovvero di porre un generale divieto di accesso.

Ne consegue che anche l’adozione di una protezione costituita da una semplice parola chiave (password), facilmente accessibile o ricostruibile, rappresenta un’esplicitazione del divieto di accesso al sistema e legittima la tutela in sede penale.

Il concetto di domicilio informatico

Il bene giuridico oggetto della norma è il “domicilio informatico”, inteso come estensione del domicilio fisico e spazio virtuale, facente parte della sfera personale di un individuo che, come tale, deve essere tutelato.

Si evince l’importanza e la delicatezza del problema dal fatto che la fattispecie delittuosa in rassegna ha già formato oggetto di due interventi delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione.

Con una prima sentenza del 2011 è stato affermato che integra il delitto previsto dall’art. 615-ter c.p. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’impiego (disposizioni organizzative interne, clausole di contratti individuali, prassi aziendale ecc.), dovendo ritenersi decisiva la prova del compimento sul sistema di operazioni di natura intrinsecamente diversa da quelle di cui il soggetto era incaricato e per cui aveva ricevuto al facoltà di utilizzo.

Rimangono invece irrilevanti, sempre per questa pronuncia, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi che avessero soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema, escludendo pertanto che il requisito di abusività della condotta potesse discendere dalle finalità perseguite dall’agente al momento dell’accesso o del mantenimento nel sistema informatico, dovendo piuttosto essere ancorato ai suddetti sicuri criteri di natura obiettiva.

Con una seconda sentenza del 2017 le Sezioni Unite, pronunciandosi in un’ipotesi di fatto commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio (615-ter, co. 2, n. 1), hanno avuto modo di precisare, sotto il profilo dell’elemento oggettivo, che integra il delitto previsto dall’art. 615-ter c.p. la condotta di colui che pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne l’accesso, acceda o si mantenga nel sistema per ragioni ontologicamente estranee e comunque diverse rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso gli è attribuita.

Doveri di fedeltà e lealtà del dipendente

I principi espressi per il pubblico funzionario possono essere trasfusi, sempre secondo la Suprema Corte, anche al settore privato, nella parte in cui vengono in rilievo i doveri di fedeltà e lealtà del dipendente che connotano indubbiamente anche il rapporto di lavoro privatistico.

Pertanto, è illecito e abusivo qualsiasi comportamento anche di un dipendente privato che si ponga in contrasto con i suddetti doveri manifestando in tal modo la “ontologica incompatibilità” dell’accesso al sistema informatico, connaturata a un utilizzo dello stesso estraneo alla ratio del conferimento del relativo potere.

Integra ad esempio il reato in esame, rimanendo nel mio campo degli studi legali, la condotta di quel collaboratore cui sia affidata esclusivamente la gestione di un numero circoscritto di clienti, il quale acceda all’archivio informatico dello studio provvedendo a copiare e a duplicare, trasferendoli su altri supporti informatici, i file riguardanti l’intera clientela dello studio professionale.

Nell’ambito dei rapporti bancari, ad esempio, il reato in questione può consistere nel fatto di un dipendente di un istituto di credito che si trattenga nel sistema informatico della Banca per compiere un’attività vietata ossia per trasmettere a mezzo di mail aziendale dei dati a soggetto/collega dello stesso istituto non autorizzato a prenderne cognizione, violando per ciò i limiti dell’autorizzazione che egli aveva ad accedere e a permanere in quel sistema informatico protetto.

Occorre comunque evidenziare che tali principi devono essere osservati non solo nei luoghi di lavoro, ma ovviamente devono essere rispettati e applicati da qualunque persona nella sua vita privata – l’avverbio “chiunque” che apre l’art. 615-ter c.p. vuole indicare che tutti possono essere potenziali soggetti attivi della fattispecie criminosa – dal momento che perché l’accesso a un sistema informatico o telematico possa ritenersi legittimo è necessario che non siano ecceduti da nessuno gli ambiti di misura tracciati dal titolare dello ius excludendi alios.

Venendo all’aspetto pratico, la pagina personale di un social network può essere benissimo definita un vero e proprio “domicilio virtuale” in cui la persona titolare ha piena facoltà di esercitare il proprio diritto di escludere o limitare l’accesso di altre persone: chi vi si introduce ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, commette un accesso abusivo a sistema informatico integrativo del reato di cui all’art. 615-ter Codice penale.

Articolo pubblicato su:
https://www.cybersecurity360.it/soluzioni-aziendali/accesso-da-parte-di-terzi-ad-un-sistema-informatico-guida-ragionata-alla-normativa/

Responsabilità contrattuale.

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Interessante ordinanza della Suprema Corte di Cassazione – n. 8748 del 12 luglio 2019 –  secondo la quale nel valutare se sia applicabile la clausola generale dell’art. 1337 c.c., il Giudice di merito, dopo aver individuato il comportamento della parte che si assume contrario ai doveri di correttezza, deve altresì considerare l’idoneità di tale comportamento ad ingenerare nella controparte l’idea di una rottura ingiustificata delle trattative, valutazione nella quale non si può prescindere dal comportamento tenuto dalla parte adempiente.

Start-up innovative, per scongiurare il fallimento non basta l’iscrizione al Registro Imprese

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Start-up innovative, la legge fallimentare può scattare anche per loro. L’art. 25 del D.L. n. 179/2012, convertito nella Legge 17 dicembre 2012 n. 221, che ha introdotto la disciplina di tale tipo di società, definisce la start-up innovativa come una società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, di diritto italiano oppure Societas Europea, le cui azioni o quote non sono quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione: vi rientrano, pertanto, le s.r.l. (anche in forma semplificata od a capitale ridotto), le s.p.a., le s.a.p.a. e le società cooperative.
Per poter essere definita start-up innovativa la società deve possedere determinati requisiti, fra i quali l’oggetto sociale, esclusivo o prevalente, riguardante lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico.
In relazione al particolare oggetto sociale, la start-up deve sostenere spese in ricerca e sviluppo in misura pari o superiore al 15 per cento del maggiore importo tra il costo e il valore della produzione, e/o impiegare personale altamente qualificato per almeno un terzo della propria forza lavoro oppure essere titolare o depositaria o licenziataria di almeno una privativa industriale relativa ad una invenzione industriale, biotecnologica, ad una topografia di prodotto a semiconduttori o ad una varietà vegetale ovvero titolare dei diritti relativi ad un programma per elaboratore originario registrato presso il Registro pubblico speciale per i programmi per elaboratore, purché tali privative siano direttamente afferenti all’oggetto sociale e all’attività di impresa.
Chi verificare i requisiti per lo status di “start-up innovativa”
Secondo l’art. 25 del D.L. n. 179/2012, “la start-up innovativa è automaticamente iscritta alla sezione speciale del registro delle imprese di cui al comma 8, a seguito della compilazione e presentazione della domanda in formato elettronico…”: l’iscrizione è pertanto automatica a seguito della presentazione della domanda, se sono rispettati tutti i requisiti formali.
Il controllo da compiere sulle domande delle aspiranti start-up non deve essere di tipo valutativo sulla concreta innovatività dei beni prodotti dall’impresa richiedente: in altre parole, l’Ufficio non può valutare se i prodotti o servizi di cui si avvia lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione siano effettivamente caratterizzati dall’innovatività o dall’alto valore tecnologico. Il compito dell’Ufficio del Registro delle imprese attiene alla sola verifica della regolarità formale della documentazione presentata: non compete invece all’Ufficio stesso valutare il merito delle dichiarazioni presentate in ordine al possesso dei requisiti della start-up.
Al Registro delle imprese spetta dunque soltanto di verificare se la documentazione è stata sottoscritta dal soggetto legittimato, se la modulistica è stata presentata correttamente e sono state rese tutte le dichiarazioni previste dalla legge. Sono poi previsti strumenti di vigilanza periodica per verificare il mantenimento dei requisiti che caratterizzano lo status di start up innovativa, ai fini della conservazione delle agevolazioni fiscali e finanziarie.

Start-up innovative, cosa comporta l’iscrizione al Registro imprese

Anche le sentenze della Giurisprudenza di merito intervenute sul punto, hanno affermato che ai fini dell’iscrizione nella sezione speciale start-up innovative del Registro delle imprese, è condizione necessaria e normalmente sufficiente l’autocertificazione del possesso dei requisiti da parte del legale rappresentante, senza che sia altresì necessario dimostrare all’Ufficio del Registro delle imprese l’effettivo possesso dei requisiti.
Le medesime sentenze ricordano che l’art. 25 del D.L. n. 179/2012 non assegna all’Ufficio il potere di compiere controlli extra-formali e/o ispettivi sull’attività al fine di verificare l’effettivo carattere “innovativo altamente tecnologico” del prodotto e/o servizio di cui la start up innovativa programma la ricerca, lo sviluppo, la produzione e la messa in commercio. E tali conclusioni valgono sia per le start-up costituite tramite atto pubblico, sia per quelle costituite tramite la speciale previsione di cui all’articolo 4, comma 10 bis del D.L. n. 3/2015. Quindi da un lato la legge non contempla l’obbligo per la società di presentare all’Ufficio del Registro delle imprese documentazione tecnica o scientifica al fine di rappresentare l’effettivo carattere innovativo ed altamente tecnologico del prodotto o del servizio, e, dall’altro, l’Ufficio non disporrebbe neppure delle professionalità necessarie a valutare l’enunciazione programmatica contenuta nell’oggetto sociale.
E’ da ritenersi, però, che qualora l’attività che la società si prefigge di svolgere sia manifestamente priva delle caratteristiche dell’innovatività e dell’alto valore tecnologico, in tali casi l’aspetto sostanziale dovrebbe prevalere su quello dichiarativo, risultando dimostrato per tabulas il mancato possesso da parte della società dei requisiti della start-up innovativa. Peraltro rimane sempre possibile che, una volta eseguita l’iscrizione della società nella sezione speciale, l’Ufficio del Registro delle imprese possa effettuare controlli sulle dichiarazioni rese dalla start-up in sede di autocertificazione dei requisiti ovvero che solleciti controlli da parte del Ministero dello Sviluppo economico o della Guardia di Finanza per vigilare sul corretto utilizzo delle agevolazioni previste in favore delle start-up innovative.
Alcune sentenze della Giurisprudenza di merito hanno infatti sottolineato il fatto che, ove da tali controlli dovesse emergere che la società ha ottenuto l’iscrizione nella sezione speciale in assenza dei requisiti previsti dalla legge, l’Ufficio del Registro delle imprese potrebbe ricorrere al Giudice del Registro al fine di ottenere la cancellazione dell’iscrizione della società, secondo la disciplina generale di cui all’art. 2191 c.c.

Perche’ alcune start-up vengono “squalificate”

Occorre far presente che la verifica dell’assenza dei requisiti comporta – al pari della mancata presentazione della dichiarazione annuale circa il possesso dei requisiti stessi – la perdita della qualifica di start-up innovativa e la cancellazione automatica della società dal Registro speciale.
Premesso ciò, potrebbe sorgere il problema se una società che si trova in stato di insolvenza ed è iscritta nella sezione speciale del Registro delle imprese con la qualifica di start-up innovativa, detta iscrizione non precluda di per sé un accertamento in sede prefallimentare dell’effettiva sussistenza dei requisiti di legge per l’attribuzione di tale qualifica al fine di verificare l’assoggettabilità o meno, sotto il profilo soggettivo, al fallimento della società.
Alle start-up innovative iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese, in forza della presunzione di legittimità degli atti amministrativi, non è applicabile la legge fallimentare, ma si prevede, in caso di sua insolvenza, l’applicabilità della sola procedura della composizione della crisi per sovraindebitamento ex art. 14 ter Legge 27 gennaio 2012 n. 3.
La scelta legislativa, come è stato evidenziato da una Dottrina, è coerente, sia sotto il profilo temporale, correlato con il dato empirico alla luce del quale le nuove imprese sono contraddistinte da un alto tasso di mortalità entro i cinque anni dalla costituzione, sia con riguardo alla scelta dei due rimedi specifici introdotti in deroga al diritto comune: la ricapitalizzazione delle perdite e l’esenzione dal fallimento.

Un “fresh start” per ripartire

Nel caso di insuccesso della scommessa innovativa, viene consentito alla start-up il c.d. fresh start, attraverso accordi di ristrutturazione e composizione dei debiti, per ripartire con un nuovo progetto, nonché una liquidazione veloce senza conseguenze penalizzanti. La Giurisprudenza di merito afferma che la natura amministrativa degli atti sottesi all’iscrizione della società alla sezione specializzata del Registro delle imprese con la qualifica di start-up innovativa, così come quelli di periodico aggiornamento, previsti dall’art. 25, commi 8, 9, 12 e 14 del D.L. n. 179/2012, ne esclude la natura costitutiva.

Cosa succede quando i requisiti vengono a mancare

Inoltre, viene sempre affermato dalla Giurisprudenza di merito, anche in considerazione del potere di disapplicazione degli atti amministrativi eventualmente non conformi a legge da parte dell’Autorità Giudiziaria nell’ambito dei giudizi attribuiti alla sua giurisdizione, quale è certamente il procedimento prefallimentare, che non è precluso al Giudice nella sede prefallimentare l’accertamento dell’effettiva sussistenza dei requisiti di legge per l’attribuzione della qualifica di start-up innovativa al fine di verificare l’assoggettabilità o meno, sotto il profilo soggettivo, al fallimento della società.
Dunque l’iscrizione nella speciale sezione del Registro delle imprese e il periodico aggiornamento dei requisiti non hanno natura costitutiva e non precludono, pertanto, ad un Tribunale adito in sede prefallimentare, una volta verificata positivamente la formale iscrizione nella sezione speciale e i suoi successivi aggiornamenti, di procedere ad ulteriori accertamenti sulla sussistenza in concreto dei requisiti richiesti dalla normativa di legge per il mantenimento dello status di start-up innovativa.
Rimane in ogni caso in capo alla società start-up innovativa iscritta nella speciale sezione del Registro delle imprese fornire, in via d’eccezione in applicazione delle regole generali in tema di onere della prova, la dimostrazione in caso di sua insolvenza dello status di soggetto non fallibile.
In altri termini, spetta sempre alla società start-up innovativa iscritta l’onere di provare la sussistenza dei requisiti di legge del suo status di start-up innovativa ai sensi dell’art. 25 del D.L. n. 179/2012 essendo il dato formale dell’iscrizione nell’apposita sezione del registro delle imprese, come sopra esposto, condizione necessaria ma non sufficiente per l’applicazione della esenzione dal fallimento.
Ne consegue che in difetto di tale prova e, comunque, in presenza, in concreto, di elementi positivi ritenuti tali da escludere la sussistenza dei presupposti per la qualifica di start-up innovativa della società, quest’ultima può essere dichiarata fallita.

Articolo pubblicato su:
https://www.agendadigitale.eu/startup/startup-innovative-per-scongiurare-il-fallimento-non-basta-liscrizione-al-registro-imprese/

Anche la Pubblica Amministrazione può rispondere in via oggettiva del danno cagionato dal proprio dipendente.

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Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione con la sente 16 maggio 2019 n. 13246 conferiscono un’interpretazione aggiornata alle norme civilistiche che regolano la responsabilità oggettiva dei preponenti, che, fino alla data odierna, per la Pubblica Amministrazione è sempre stata interpretata in modo differente e di favore.
Le Sezioni Unite affermano, infatti, che lo Stato o l’ente pubblico risponde civilmente del danno cagionato a terzi dal fatto penalmente illecito del dipendente anche quando questi abbia approfittato delle sue attribuzioni ed agito per finalità esclusivamente personali od egoistiche ed estranee a quelle dell’amministrazione di appartenenza, purchè la sua condotta sia legata da un nesso di occasionalità necessaria con le funzioni o poteri che il dipendente esercita o di cui è titolare, nel senso che la condotta illecita dannosa – e, quale sua conseguenza, il danno ingiusto a terzi non sarebbe stata possibile, in applicazione del principio di causalità adeguata ed in base ad un giudizio controfattuale riferito al tempo della condotta, senza l’esercizio di quelle funzioni o poteri che, per quanto deviato o abusivo od illecito, non ne integri uno sviluppo oggettivamente anomalo.